
Molto prima di ornare la facciata della Basilica di San Marco, questi cavalli erano un elemento di spicco dell'Ippodromo di Costantinopoli, la magnifica capitale dell'Impero bizantino. Questa vasta arena, iniziata dall'imperatore romano Settimio Severo intorno al 203 d.C. e ampliata in modo drammatico da Costantino I quando rifondò la città nel 330 d.C., era ben più di un semplice luogo per le corse dei carri. Fu il cuore pulsante della vita politica, cerimoniale e sociale di Costantinopoli per oltre mille anni. Gli imperatori potevano collegarsi direttamente all'Ippodromo dal Grande Palazzo, usandolo come palcoscenico per mostrare l'autorità imperiale e coinvolgere la popolazione attraverso sfarzosi spettacoli, parate militari e discorsi pubblici. Ornato di sculture monumentali portate da ogni angolo dell'impero, tra cui obelischi e colonne, l'Ippodromo era una potente dichiarazione visiva della forza e dell'influenza di ampio respiro dell'Impero bizantino. La quadriga, composta da un carro a quattro cavalli, era tipicamente esposta sopra le porte di partenza (note come *carceres*, o 'Dippion'), in alto sul terreno, rendendola uno spettacolo drammatico e scintillante.
L'origine precisa e la datazione dei quattro cavalli di San Marco restano oggetto di dibattito accademico. Sebbene siano certamente opere dell'antichità classica, il loro esatto luogo di produzione non è definitivamente noto. Alcuni studiosi suggeriscono che furono realizzati in epoca ellenistica, forse già nel IV secolo a.C., con attribuzioni più datate che talvolta indicano lo scultore greco Lisippo, sebbene ciò non sia un fatto consolidato. Altre teorie propongono un'origine romana, datandoli al II o III secolo d.C., forse commissionati per l'imperatore Settimio Severo. L'analisi rivela che le sculture sono composte da rame quasi puro, con circa il 96% di rame e solo piccole percentuali di piombo e stagno, anziché da un bronzo tipico. Questa insolita composizione suggerisce che furono fusi intenzionalmente in questo modo per facilitare la doratura, che li avrebbe fatti brillare splendidamente quando esposti in origine. Le loro gambe allungate e la schiena leggermente accorciata indicano inoltre che furono progettati per essere osservati dal basso, probabilmente a coronamento di un arco trionfale o di una struttura monumentale. Una cronaca bizantina dell'VIII secolo, la *Parastaseis syntomoi chronikai*, menziona 'quattro cavalli dorati che si ergono sopra l'Ippodromo', o gruppi simili, confermando la loro lunga associazione con Costantinopoli prima del 1204. Un resoconto suggerisce persino che potrebbero essere stati portati a Costantinopoli dall'isola di Chio durante il regno dell'imperatore Teodosio II (408-450 d.C.).
Il destino di questi cavalli prese una svolta drammatica durante la Quarta Crociata. Ciò che era iniziato come un pellegrinaggio verso la Terra Santa fu deviato, in gran parte a causa di obblighi finanziari verso Venezia, portando all'impensabile: l'assedio e il conseguente sacco della città cristiana di Costantinopoli. Il 13 aprile del 1204, le forze veneziane, guidate dall'anziano doge Enrico Dandolo, sfondarono le difese della città. Seguì un devastante periodo di tre giorni in cui la capitale dell'Impero bizantino fu sottoposta a saccheggi, distruzione e profanazioni diffuse. Opere d'arte preziose, reliquie religiose e immensi tesori furono sequestrati, segnando uno dei più grandi trasferimenti d'arte della storia. Il sacco del 1204 inflisse a Costantinopoli danni irreparabili, lasciando l'Impero bizantino permanentemente indebolito e avviandolo verso la sua eventuale caduta.
Tra il bottino di questa conquista vi erano i quattro cavalli di bronzo. I veneziani smontarono la quadriga, staccando le teste dei cavalli per facilitarne il trasporto attraverso il Mare Adriatico. Al loro arrivo a Venezia, i cavalli furono inizialmente custoditi nell'Arsenale, il cantiere navale della città, per circa cinquant'anni. Intorno al 1254, furono installati sulla loggia sopra l'arco centrale della Basilica di San Marco, una decisione calcolata che ne trasformò il significato simbolico. Non più un monumento imperiale di Costantinopoli, divennero un potente emblema del potere veneziano, del dominio marittimo e del trionfo della repubblica. I nuovi collari aggiunti al collo dei cavalli nascosero abilmente i tagli fatti per la loro rimozione e il trasporto.
Secoli dopo, i cavalli furono nuovamente spostati dalle correnti della storia. Nel 1797, in seguito alla caduta della Repubblica Veneziana per mano di Napoleone Bonaparte, i quattro cavalli furono forzatamente rimossi dalla Basilica di San Marco. Furono trasportati a Parigi, dove Napoleone cercò di incorporarli nella propria iconografia imperiale, decorando l'Arco di Trionfo del Carrousel. Questo atto rispecchiava la precedente appropriazione veneziana dei simboli bizantini, poiché Napoleone mirava ad allinearsi con la grandezza del passato trionfale di Roma. Tuttavia, il loro soggiorno a Parigi fu temporaneo. Dopo la sconfitta definitiva di Napoleone nel 1815, i cavalli furono restituiti a Venezia, reinstallati sulla facciata della Basilica di San Marco, un atto di significativa riappropriazione culturale.
Per molti secoli, i cavalli rimasero esposti alle intemperie sopra Piazza San Marco. Tuttavia, l'usura del tempo e l'aumento dell'inquinamento atmosferico presero il loro pedaggio sulle antiche sculture. Per proteggere questi manufatti inestimabili da un ulteriore deterioramento, i cavalli originali furono rimossi con cura dalla facciata della basilica all'inizio degli anni Ottanta, precisamente intorno al 1982 o al 1983. Furono sostituiti da repliche esatte, che sono quelle che i visitatori vedono oggi ad ornare l'esterno della basilica. I cavalli originali e antichi sono ora conservati ed esposti al chiuso, all'interno del Museo Marciano, accessibile ai visitatori all'interno della Basilica di San Marco, offrendo uno sguardo più ravvicinato alla loro straordinaria maestria artigianale.
Cosa resta oggi
Oggi, il grande Ippodromo di Costantinopoli sopravvive come piazza Sultanahmet a Istanbul, conosciuta anche come At Meydanı (Piazza dei Cavalli). Sebbene l'antica pista da corsa e le sue vaste tribune siano scomparse da tempo, l'ampio spazio aperto conserva in gran parte l'impronta originaria della storica arena. I visitatori di piazza Sultanahmet possono ancora incontrare diversi monumenti significativi che un tempo ornavano la spina centrale dell'Ippodromo (*spina*). Tra questi vi sono l'imponente Obelisco di Teodosio, portato dall'Egitto, la Colonna Serpentina, originariamente proveniente da Delfi, e l'Obelisco Murato in muratura. Queste strutture durature sono un potente promemoria dell'antica gloria dell'Ippodromo e del suo ruolo centrale nella vita pubblica bizantina. Eppure, l'assenza dei quattro cavalli di bronzo da questo sito storico è una toccante testimonianza del complesso passato della città e dei numerosi tesori che ha perso attraverso secoli di cambiamento, conquista e ricostruzione.
La storia de "I cavalli che Costantinopoli perse" è una narrazione tessuta attraverso i millenni, che collega luoghi e persone diverse. Essa parla delle maree mutevoli del potere, del movimento dell'arte come trofeo e come simbolo, e del duraturo fascino umano per la maestria artigianale magnifica. Per comprendere davvero questa storia, un visitatore può iniziare fermandosi in piazza Sultanahmet a Istanbul, lasciando che l'immaginazione riempia il vasto spazio dove un tempo l'Ippodromo ruggiva di vita e dove un tempo si ergevano i cavalli. Poi, un viaggio a Venezia, alla Basilica di San Marco e al Museo Marciano, offre l'opportunità unica di incontrare da vicino queste stesse sculture antiche, testimoniando un pezzo tangibile dell'eredità perduta di Costantinopoli, ora custodita e celebrata in un'altra città iconica.
